Dunque l’altra sera ero lì, le spalle ancora coperte da uno dei miei comfort movie, in attesa che il cervello decidesse di averne avuto a sufficienza della giornata. Ma niente da fare, mi ritrovavo ancora a saltare da un pensiero all’altro senza apparente soluzione di continuità, e allora ho deciso di metter mano e matita al giornaletto delle parole crociate. Il gioco si chiamava “Casellario”, date 0) una serie di sillabe ordinate alfabeticamente 1) una serie di definizioni, bisognava riempire lo schema formando le parole definite dalle suddette definizioni, e nelle caselle con il doppio bordo sarebbe apparso un proverbio. Così ho cominciato a scrivere e depennare, meticolosamente ma senza fretta, lasciando correre i pensieri, riempiendo i vuoti. E ad un certo punto mi son sentito pronto ad azzardare una soluzione, senza aver terminato tutte le definizioni. “Le parole non hanno limiti”. Interessante, e verosimile, ho pensato. Ma non ero proprio soddisfatto, così ho deciso di finire definizioni e sillabe. “Le parole non fanno lividi”.
Rileggo.
“Le parole non fanno lividi”.
Mi è montato un gran nervoso.
Ma che cazzata.
Li fanno, i lividi. E rompono le ossa, squarciano le carni, gelano il sangue nelle vene, oppure lo fanno ribollire.
Ma vai a cagare, vai.

Si è presentato con un ticchettio prima lieve, poi leggero, e via via sempre più forte, fino a costringermi ad alzare il volume della televisione.
Allora sono corso alla finestra sul terrazzino, quello dritto sul fiume. E l’ho trovato lì, forte, teso e freddo, segnale impossibile da ignorare, segno che la stagione è cambiata.
Il vento si incanala lungo le massicciate, risalendo il corso del fiume, frusciando rumoroso tra le foglie delle canne.
Queste sono piegate controcorrente, in direzione opposta al flusso denso e fangoso che scorre veloce verso il mare.
E sono proprio questi due moti opposti a farmi più impressione, moti opposti che potrebbero annullarsi a vicenda e che invece si sommano e mi mandano in pappa il cervello.
Benvenuto, autunno.

[Play]

L’affanno scema, i nervi si rilassano, e arriva l’ora di mettere nero su bianco un po’ di cose.

Ho sperimentato in prima persona il sollievo che comporta il togliersi un peso enorme dallo stomaco, seguito dall’amarezza che comporta il rendersi conto che gli sforzi non sempre portano a risultati positivi, seguita a ruota da una blanda allegria per il non aver messo da parte l’amor proprio.

Sono stato travolto dalla percezione del rafforzarsi di un legame che si era in qualche modo affievolito. È cominciato tutto con una leggera pressione sulle gambe, inaspettata. Poi mi sono reso conto di cosa stava succedendo, il cuore gonfio di gioia, il naso pieno dell’odore di uno shampoo recente, il sorriso di una lamentela scherzosa incolpandomi farle sudare la maglia. Bentornata, non sei mia ma ti voglio bene come se lo fossi.

Il leggero imbarazzo che ho provato rendendomi conto di aver perso il ricordo di parecchi episodi risalenti al periodo delle superiori si è sciolto di fronte ai sorrisi dei miei amici, ed ascoltare i racconti dalla loro voce è stato come vivere ancora una volta quei momenti. Grazie, vi voglio bene.

E poi il ritorno, con Murphy sulla testa come una spada di Damocle.
Uno stato d’animo cupo, come se la possibilità fosse in realtà una certezza. E invece, tutto ok.
Mi sdraio a fianco a te, inutilmente piccolo per non svegliarti, ché tanto hai il sonno pesante. Mi rilasso ma il sonno tarda ad arrivare, e allora ti guardo dormire, sincronizzo il respiro con il sali e scendi della tua canottiera leggera. E ti parlo. Di come è andata la serata, di amici che non conosci, del viaggio di ritorno, del veloce scambio di parole con il benzinaio, di quel desiderio che sono riuscito finalmente ad esternare durante l’ultima chiacchierata con la doc:

all I want is for you to be happy and
take this moment to make you my family and
finally you have found something perfect and
finally you have found

Nella penombra che precede l’alba, una mano scura viene evidenziata dal contrasto con la pelle bianca sottostante. I tratti di inchiostro sono ancora delle macchie indistinte e sfocate, tranne una, interrotta dai lievi riflessi del metallo.

[Play]

A volte mi piacerebbe prendere tutto il tabacco dalla busta, mi piacerebbe metterlo in un piatto fondo e dargli fuoco, al tabacco, tutto in una volta. Poi mi piacerebbe prendere il piatto e andare sotto una finestra, una di quelle che danno sul fiume; mi piacerebbe andarci verso sera, quando i raggi del sole basso entrano tra i listelli degli scuri. Mi piacerebbe vedere quei raggi rendere quasi palpabili le volute di fumo, e poi lacerarle come lame affilate.

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