Troppo cerebrale (?)

Ricordo che a volte era quasi una ossessione, quella di dover trovare una giustificazione, una spiegazione per tutte le cose. Poi mi sono reso conto che in realtà non mi serviva il perché, ma mi era sufficiente il poterle trasportare in parole, le cose, metterle nero su bianco, definirle. Poi sei arrivata tu, e mi sono ritrovato a guardarle, le cose, e a guardarmi guardarle, in un modo ancora diverso. Un po’ come quel tipo di bacio, quello che non c’è stato modo di descrivere: ci ho sbattuto la testa, mi ci sono accanito, poi ho preso atto che, semplicemente, non tutto può essere messo giù a parole. Vuoi perché le parole non riescono ad essere efficaci al 100%, vuoi perché ciò che provo a descrivere si trova su di un piano in cui le parole non sono presenti: un livello più profondo, fatto di cose che senti dentro, e non in senso metaforico ma proprio fisico, sui nervi e sui muscoli. Ora mi diverte molto ritrovarmi lì, dopo alcuni minuti di sguardo serio e concentrato, ogni cellula del corpo immobile ad ascoltare, a parte la mano, che scorre lenta sulla tua pancia sopra alcuni strati di tessuto, e sorridere pensando che no, non lo so dire cosa è che hai di speciale, ma c’è, lo sento dalle punte dei piedi alla cima dei capelli.

Il rumore delle cose che hanno preso il via e tu non puoi farci nulla

Sarà il vento, sarà l’aumento della fotofobia, fatto sta che ora come ora mi ritrovo sempre più spesso con il cappuccio sulla testa. Il cappuccio diventa anche una sorta di barriera contro gli stimoli esterni, uno scudo che mi permette di stare concentrato su poche cose, nei momenti in cui ne ho bisogno. E capita che qualcosa interrompa questo stato di concentrazione. Lo sento arrivare da sinistra, un rumore che potrebbe avere molte forme ma che ancora non ne ha nessuna, al di fuori del campo visivo limitato dal paraocchi. Poi ecco, un gruppo di foglie spinte dal vento mi passa davanti strisciando e saltellando sull’asfalto, facendo un rumore che a tratti è pioggia battente, oppure legna crepitante, oppure altro, il limite è l’immaginazione. E poi sparisce, alla destra del cappuccio, e sparisce anche il suono.
Ecco, per me è questo il suono delle cose che si mettono in moto e tu non puoi farci nulla: un suono indefinito, senza una connotazione positiva o negativa, quella eventualmente gliela associo io, in funzione del mio stato d’animo.
E bon, penso, tra poco arriva l’inverno, le cose vanno avanti, c’mon, vediamo come va.

Poi dice la saggezza popolare

Dunque l’altra sera ero lì, le spalle ancora coperte da uno dei miei comfort movie, in attesa che il cervello decidesse di averne avuto a sufficienza della giornata. Ma niente da fare, mi ritrovavo ancora a saltare da un pensiero all’altro senza apparente soluzione di continuità, e allora ho deciso di metter mano e matita al giornaletto delle parole crociate. Il gioco si chiamava “Casellario”, date 0) una serie di sillabe ordinate alfabeticamente 1) una serie di definizioni, bisognava riempire lo schema formando le parole definite dalle suddette definizioni, e nelle caselle con il doppio bordo sarebbe apparso un proverbio. Così ho cominciato a scrivere e depennare, meticolosamente ma senza fretta, lasciando correre i pensieri, riempiendo i vuoti. E ad un certo punto mi son sentito pronto ad azzardare una soluzione, senza aver terminato tutte le definizioni. “Le parole non hanno limiti”. Interessante, e verosimile, ho pensato. Ma non ero proprio soddisfatto, così ho deciso di finire definizioni e sillabe. “Le parole non fanno lividi”.
Rileggo.
“Le parole non fanno lividi”.
Mi è montato un gran nervoso.
Ma che cazzata.
Li fanno, i lividi. E rompono le ossa, squarciano le carni, gelano il sangue nelle vene, oppure lo fanno ribollire.
Ma vai a cagare, vai.

The times they are a-changin’

Si è presentato con un ticchettio prima lieve, poi leggero, e via via sempre più forte, fino a costringermi ad alzare il volume della televisione.
Allora sono corso alla finestra sul terrazzino, quello dritto sul fiume. E l’ho trovato lì, forte, teso e freddo, segnale impossibile da ignorare, segno che la stagione è cambiata.
Il vento si incanala lungo le massicciate, risalendo il corso del fiume, frusciando rumoroso tra le foglie delle canne.
Queste sono piegate controcorrente, in direzione opposta al flusso denso e fangoso che scorre veloce verso il mare.
E sono proprio questi due moti opposti a farmi più impressione, moti opposti che potrebbero annullarsi a vicenda e che invece si sommano e mi mandano in pappa il cervello.
Benvenuto, autunno.

All I want is for you to be happy (and)

[Play]

L’affanno scema, i nervi si rilassano, e arriva l’ora di mettere nero su bianco un po’ di cose.

Ho sperimentato in prima persona il sollievo che comporta il togliersi un peso enorme dallo stomaco, seguito dall’amarezza che comporta il rendersi conto che gli sforzi non sempre portano a risultati positivi, seguita a ruota da una blanda allegria per il non aver messo da parte l’amor proprio.

Sono stato travolto dalla percezione del rafforzarsi di un legame che si era in qualche modo affievolito. È cominciato tutto con una leggera pressione sulle gambe, inaspettata. Poi mi sono reso conto di cosa stava succedendo, il cuore gonfio di gioia, il naso pieno dell’odore di uno shampoo recente, il sorriso di una lamentela scherzosa incolpandomi farle sudare la maglia. Bentornata, non sei mia ma ti voglio bene come se lo fossi.

Il leggero imbarazzo che ho provato rendendomi conto di aver perso il ricordo di parecchi episodi risalenti al periodo delle superiori si è sciolto di fronte ai sorrisi dei miei amici, ed ascoltare i racconti dalla loro voce è stato come vivere ancora una volta quei momenti. Grazie, vi voglio bene.

E poi il ritorno, con Murphy sulla testa come una spada di Damocle.
Uno stato d’animo cupo, come se la possibilità fosse in realtà una certezza. E invece, tutto ok.
Mi sdraio a fianco a te, inutilmente piccolo per non svegliarti, ché tanto hai il sonno pesante. Mi rilasso ma il sonno tarda ad arrivare, e allora ti guardo dormire, sincronizzo il respiro con il sali e scendi della tua canottiera leggera. E ti parlo. Di come è andata la serata, di amici che non conosci, del viaggio di ritorno, del veloce scambio di parole con il benzinaio, di quel desiderio che sono riuscito finalmente ad esternare durante l’ultima chiacchierata con la doc:

all I want is for you to be happy and
take this moment to make you my family and
finally you have found something perfect and
finally you have found