Con gli occhi di una bambina

Domani con il babbo e la mamma andiamo a trovare il nonno che abita in montagna. Vive in casa da solo senza la nonna e lei non l’ho mai conosciuta perché è morta prima che io nascessi e le cose che so me le ha raccontate la mamma, perché la nonna è la sua mamma. La mamma mi ha detto di fare la brava perché il nonno è vecchio e non sta molto bene e ho detto “Ok te lo prometto: faccio la brava”. Mi piace molto andare dal nonno in montagna: a giocare nella legnaia, a cercare gli insetti nell’orto, a inseguire le galline, anche se lui mi sgrida e mi dice che dopo non fanno più le uova. Però quando mi sgrida ride e non credo che dica davvero. Certe volte mi porta con lui a funghi nel bosco, però nei sentieri facili, che io sono solo una bambina. Non vedo l’ora che sia domani.

Oggi siamo andati dal nonno. Siamo partiti presto perché c’è da fare un po’ di strada per arrivare a casa sua e io ho fatto qualche pisolino in macchina. Quando mi svegliavo sentivo il babbo e la mamma che parlavano piano per non svegliarmi e non capivo cosa dicevano, quindi tornavo a dormire. Però la mamma mi sembrava triste, forse aveva pianto. Poi ad un certo punto il babbo mi ha chiamato, mi ha detto “Dai che siamo arrivati” e allora mi sono girata e ho riconosciuto il muro con i sassi grossi, gli scuroni verdi e la tenda con le striscioline di plastica colorata della porta di entrata. Non ho fatto in tempo a scendere dalla macchina che il nonno è uscito di casa per venirci a salutare. L’ho guardato e non mi sembrava più vecchio del solito. Ci siamo baciati e abbracciati tutti, poi la mamma e il babbo sono andati a salutare anche la zia, nella casa li vicino, io sono rimasta con il nonno perché tanto dopo la zia veniva ad aiutarci a cucinare e si fermava a mangiare. Il nonno mi ha chiesto come stavo, gli ho detto “Bene, sai che sono in prima elementare?” e lui era contento, ha sorriso molto, e intanto gli ho raccontato cosa facciamo con le maestre e i miei amici di scuola. Lui mi ascoltava attento e ad un certo punto gli sono diventati gli occhi lucidi allora gli ho chiesto “Nonno perché piangi?” e lui mi ha detto che pensava a quando era po’ più di un ragazzino, al suo fratellino che doveva cominciare ad andare a scuola. Io non lo sapevo che aveva un fratello, sono rimasta a bocca aperta e gli ho chiesto dov’era, e allora lui si è fermato ci siamo seduti su un tronco di fianco al giardino e mi ha detto “Non c’è più da tanto tempo. Adesso che sei un po’ più grande ti racconto una storia”. E così ha cominciato a parlarmi di quando era un ragazzo, di suo fratello, dei giochi che facevano, del suo babbo e della sua mamma e sono stati dei bei racconti, non capivo tutte le cose che diceva ma mi sono sembrati belli. Poi è diventato triste, molto più della della mamma in macchina e infatti piangeva. Allora stavo per chiedergli ancora cosa aveva fatto ma deve averlo capito perché con una mano a fatto il segno di stare zitta e poi ha ricominciato a raccontare. Mi ha detto che c’era la guerra e i Tedeschi e io gli ho chiesto chi erano, perché era un nome che non avevo mai sentito e mi ha risposto che erano persone cattive che arrivavano con i fucili e ammazzavano tutti e poi bruciavano le case e che sono stati loro a uccidere il suo fratellino e la sua mamma. Allora gli ho chiesto come mai lui era ancora vivo e mi ha detto che lui non c’era a casa quel giorno, era nei boschi assieme agli altri Partigiani e stavo per interromperlo perché non conoscevo bene nemmeno quella parola, cioè l’avevo già sentita ma non mi ricordavo cosa voleva dire, ma il nonno se ne deve essere accorto perché me l’ha spiegato subito. Mi ha detto che si chiamavano così quelle persone che sceglievano di combattere contro i tedeschi perché le cattiverie che stavano facendo erano insopportabili. Allora gli ho chiesto se li avevano ammazzati anche loro i tedeschi e per un attimo è diventato più serio e si è bloccato, poi mi ha detto che si, anche lui aveva ammazzato dei tedeschi – gli volevo dire che quindi era stato cattivo anche lui, però ho pensato che forse ci rimaneva male e allora ho lasciato stare – lui ha continuato a parlare ma era come se non mi vedesse o non ci fossi e ho capito poco, poi è tornato a guardarmi e mi ha detto che dopo pranzo mi portava a fare un giro.
Il pranzo neanche me lo ricordo, pensavo solo al giretto dopo.
Siamo partiti verso il bosco noi due e la mamma, piano perché il nonno era stanco. Per un po’ il sentiero lo riconoscevo, era quello facile che facevamo di solito, poi però abbiamo girato dietro ad una roccia molto grande e da li in poi era tutto nuovo. Secondo me abbiamo camminato molto perché sentivo male ai piedi, poi ad un certo punto il nonno si è fermato e mi ha detto di guardare là verso quegli alberi. “Vedi?” No, io non vedevo niente a parte le piante e l’erba, e allora mi ha preso per mano e mi ha fatto vedere cosa vedeva lui. C’erano delle specie di buchi per terra, alcuni lunghi e altri più grossi, e qualcuno anche nelle rocce che stavano sopra, come quelle caverne che si vedono nei film, solo più piccole. Il nonno mi ha spiegato che per molti mesi lui e gli altri partigiani avevano vissuto nascosti in quel posto, nella terra, nei buchi, al freddo, per combattere i tedeschi. “Ma come facevate a mangiare?” “C’erano delle brave persone che con il buio facevano avanti e indietro dal paese per portarci il cibo” “Ma non avevano paura a girare nel bosco di notte?” “No, erano coraggiose e ci volevano aiutare, quindi gli passava la paura” “Ah”
Ogni tanto mi giravo indietro a guardare la mamma e vedevo che era emozionata perché aveva gli occhi molto lucidi. Poi il giretto è finito, perché era tardi e dovevamo tornare a casa in città. Quando siamo arrivati alla casa del nonno ero contenta perché ho raccontato al babbo le cose che avevo imparato e lui ha sorriso. Poi il nonno mi ha dato un regalo, una scatola pesante piena di fogli vecchi scritti in piccolo, in corsivo, non ho capito cosa perché a scuola abbiamo fatto solo lo stampatello e il corsivo ancora no. La scatola l’ha presa la mamma anche se il regalo era il mio e il nonno mi ha detto che magari adesso non capivo ma che quando diventavo più grande dovevo leggere quei fogli così mi ricordavo di lui, e gli ho detto “Grazie, che bello”. Dopo ci siamo salutati e siamo ripartiti, il viaggio verso casa non me lo ricordo perché mi sono addormentata subito.

Oggi dopo la scuola con la mamma abbiamo sistemato i fogli del nonno in una scatola più grande con scritto sopra il mio nome, e non vedo l’ora di imparare il corsivo per poterli leggere. Grazie nonno, ti voglio bene.

[Questo è il mio piccolo contributo alle Schegge di Liberazione 2011. Lo trovi negli outtakes, assieme ad altri contributi, in PDF o EPUB, qui. Perché gli outtakes, dici? Perché di contributi ne sono arrivati un fottìo, e non c’era spazio per tutti nelle Schegge cartacee. Tu che “Ah l’odore della carta. Ah, il peso del libro nel tascapane. Ah, vuoi mettere?”, sarai ben contento?]

Categorie

Archivi

3 Comments

  1. […] cartello “Vendesi”Ieri mi è capitato di passare davanti alla casa della quale parlo qui (si, è una storia inventata, ma i particolari che ho miscelato sono reali), dopo tanti anni di […]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *