Dream a little dream [*]

Sono le 16, e grazie al taglia-e-cuci con gli orari posso uscire, ché ci sono km da percorrere. Neanche fossi Elwood, ho il serbatoio pieno, e il pacchetto di sigarette è intero, quindi posso partire tranquillo. E felice, ché per me guidare è sempre stato un piacere.


Hey man, you want girls, pills, grass? C’mon.
I show you good time.
This place has everything. C’mon.
I show you.

L’autoradio fa il suo dovere, ubbidiente, e mi spara fuori la colonna sonora di oggi, una soundtrack sentita più e più volte, ma comunque differente ad ogni viaggio. Il corpo è già un tutt’uno con il sedile, una mano sul volante e l’altra sul cambio – mai riuscito a tenere le mani alle 10:10 – e dal cambio parte una vibrazione piacevole che arriva fino al bicipite, quasi alla spalla.


I wish I was a messenger, and all the news is good.
I wish I was the full moon shining off your camaro’s hood.

A volte mi sembra di non accorgermi della strada che percorro, come se guidassi in uno stato di trance, una trance lucida però, ché non tiro dritto nelle curve, freno se ho una macchina più lenta davanti, e metto anche la freccia per effettuare il sorpasso. È come se avessi una serie di interrupt hardware che tengono sotto controllo i segnali che arrivano dalla strada, mentre il resto della CPU è impegnata in chissà quali processi.


Emptiness is loneliness, and loneliness is cleanliness
And cleanliness is godliness, and god is empty just like me

Vedo la strada sparire veloce sotto il cofano della macchina. È un percorso che ho seguito parecchie volte, con destinazioni differenti, in vite differenti, in situazioni differenti; è un percorso che conosco, ma ogni volta è come se fosse la prima volta, come se la famosa farfalla della teoria del caos mi facesse compagnia durante ogni viaggio, e ad ogni battito d’ali, a New York non so, però qui cambia qualcosa. Non migliore o peggiore, non più bello o più brutto, solo diverso.


Sleight of hand
Jump off the end
Into a clear lake
No one around

La metropoli si annuncia con una lunga fila di luci rosse degli stop, che si accendono con una frequenza causale ma comunque alta. Mai avuto problemi a guidare, nemmeno nel traffico caotico delle grandi città. Il trucco che uso è quello di sapere con sufficiente anticipo in che direzione andare, i cambi di corsia all’ultimo momento sono il male, ed è ovvio che poi gli altri automobilisti poi s’incazzano. Il traffico aumenta proporzionalmente all’avvicinarsi alla città vera e propria, procedo quasi a passo d’uomo ma non mi interessa, il più è fatto. Abbasso completamente il finestrino nonostante sia freddo, e con il gomito fuori mi accendo l’ennesima sigaretta e guardo dentro le altre macchine. Vedo per lo più facce serie e tirate; nell’auto a fianco un uomo parla allo specchietto retrovisore, riconosco il gesto e sorrido pensando alle volte che lo faccio con Francesca, che mi parla dal seggiolino sul sedile posteriore. Poi una notifica sul cellulare, «Dove sei?», e in risponda mando la mia posizione rilevata dal GPS, ché in effetti non ho idea del punto preciso in cui mi trovo, so solo che sono grosso modo al 95% del viaggio.


One look could kill
My pain, your thrill
I want to love you but I better not touch (Don’t touch)
I want to hold you but my senses tell me to stop
I want to kiss you but I want it too much (Too much)

All’arrivo manca giusto il tempo di parcheggiare l’auto. La fortuna mi assiste e trovo un posto libero proprio di fronte al palazzo, perfetto. Spengo la radio e comincio la manovra di parcheggio ringraziando mentalmente, una volta ancora, l’inventore del servosterzo, ché lo spazio di manovra è poco. «Alè» penso «tutto in una manovra come al solito, bravo» quando mi scappa il piede della frizione, picchio abbastanza forte sul muso della macchina dietro, e con la testa sul poggiatesta del sedile. E mi sento subito strano, come se stessi svenendo, e mi pare strano perché la botta in testa non era poi così forte, ma niente, dal grigio al nero in pochi istanti…

L’ultima frenata del treno, più brusca, mi sveglia. Vedo il marciapiede scorrere piano fino a fermarsi, recupero lo zaino e il cappotto, mi vesto, scendo dal vagone e mi avvio verso il piazzale illuminato alla ricerca del bus, sorridendo tra me e me per questa pataccata di sogno. Intanto, una notifica sul cellulare. «Dove sei?».

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