È che quando il gioco si fa lungo, anche i duri si stancano.

“Cosa vuoi da me? Cosa puoi darmi?”

“Cosa vuoi prendere?”, ti risponderei. Perché io non so cosa saprei staccare da me per darlo via, non so cosa vorrei incartare con filo prezioso e nastro resistente per regalarlo a te, non so cosa strapperei dalla nuda carne scegliendo tra altre cicatrici, altre ferite, per gettare via brandelli insanguinati di me.

Non ti chiederei di staccare nulla, ché non sei una bambola snodabile, e nemmeno un animale, quindi neanche tagli scelti. Non mi intendo di macelleria, tanto meno di giocattoli, e allora ti prenderei intera, così, in blocco. Ché poi chi me lo assicura che quella parte lì – la vedi, lì, quella che adesso fa quell’ombra curiosa? – poi, presa come pezzo, continui ad essere così bella?

Ma io non so se sono bella perché mi guardi con questi occhi che non mi lasciano un istante – e lo so che non mi lasciano nemmeno mentre dormo, nemmeno mentre dormi – o se sarei bella lo stesso anche se non mi guardassi più o se potrei essere più bella ancora se sapessi guardarmi da sola, senza dover passare per mille occhi altrui, fra cui i tuoi.

Nemmeno io so se sei bella, ai tuoi occhi, o agli occhi di tutti quelli che hanno la fortuna di vederti. Egoisticamente, nemmeno mi importa. Io so che sei bella per me. Ti guardo, moltissimo, e ascolto la chimica del mio corpo che ti assimila, sento la tua immagine capovolta sulla retina che viene scomposta in segnali elettrici, e ogni neurone coinvolto nel processo lo sento scuotersi percorso da un brivido in più. Voglio farci un regalo, prima o poi, mi faccio impiantare un qualcosa, lì, sul nervo ottico, così quando ti chiederai “Ma sarò davvero bella?” potrai collegartici e dire “Cristo, sì”.

E anche quando avessi capito come mi vedono gli altri, e mi fossi convinta di ciò che appaio, come potrò imparare a capire quello che c’è dentro? come potrei spiegarlo a te che mi guardi, se non spaccandomi in due?

No, ti sbagli, il mio sguardo non spacca, non è distruttivo. Ti attraversa, certo, ti legge le parole scritte in piccolo nei capillari, tra le righe dei fasci muscolari, si accorda con le tue contrazioni involontarie. Ma non spacca. È piuttosto come una corda di violino, legata ad un peso, e tu sei il cubetto di ghiaccio al quale è appoggiata, e la pressione fa tutto il resto, la corda man mano ti attraversa, ma tu ne esci, comunque, ricomposta.

E tu? in tutto questo, tu?

È una accusa? O ce la leggo io, ché ho una coda di paglia ormai pari ad una scopa di saggina? io sono qui, con il mio essere sbagliato sul lungo termine, con l’anima e il corpo nel noi, consapevole dei rischi che corro ma impossibilitato ad agire diversamente. Sono biasimabile, per questa cosa?

Non lo sei, non è una accusa, o un rimprovero: le mie parole che ti sei visto arrivare addosso come coltelli affilati che si conficcano ad un millimetro dalla tua pelle a disegnare il contorno di te, se le guardi di profilo e non di petto vedrai che sono superfici riflettenti che ti offrivo perché ti potessi guardare, perché per una volta tutto il tuo cuore, il tuo sangue, il tuo sguardo sincero e trasparente, la forza incrollabile del tuo abbraccio fossero rivolti a te stesso per comprendere tu chi sei. Non cosa vuoi, ma chi è questa persona che vuole, che ha desideri e ardori e passioni.

Va bene, uso le lame senza temerne il filo, e mi osservo nel profilo. Vedo tanti me, noto tratti comuni, ma ognuno dei me riflessi presenta delle differenze, in funzione della prospettiva offertami dall’inclinazione del coltello. Ne deduco che io sono in funzione di chi mi osserva, di chi è, di come lo fa? È possibile che abbia un nucleo base, il mio vero io, una sorta di DNA con all’interno le caratteristiche principali, e che questo DNA si vada poi a combinare con quello della persona che incontro, mutandomi di volta in volta?

È così. E la persona che incontri muterà al contatto con te, muterà per le tue assenze: si modellerà e ti modellerà sugli spazi vuoti e pieni, ma allo stesso tempo ti opporrà spigoli e muri. Non è colpa di nessuno se non ci si incastra, nessuno ha un merito speciale, non vi è spazio per gli “avrei potuto”, non c’è perdono per gli “avrei voluto”, non c’è rimedio agli “avrei dovuto”.

(Questo post è stato scritto a quattro mani, alcuni mesi fa, con Batchiara.)

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