Category Archives: appunti di viaggio

Falling down

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Mi sveglio con una patina di sudore sulla pelle scoperta, l’umidità della notte entrata dalle fessure degli scuroni che comincia a scaldarsi e appesantirsi e appoggiarsi su tutto il contenuto della stanza. Fuori, la brezza che arriva dal mare mi da un leggero sollievo, ma la sensazione dura poco e le prime gocce di sudore cominciano il loro percorso in discesa lungo la spina dorsale. La macchina è già un forno, ventilato appena apro i finestrini. Dagli stessi entra un odore pungente di resina calda, resina che si raffredda e solidifica attorno alla mia testa in un cerchio di dolore in divenire. Scendo dall’auto con il segno della cintura ben impresso sulla t-shirt, e l’ufficio mi accoglie come ripieno di invisibile gelatina. Il ventilatore fa sforzi inutili, l’unico effetto è quello di spingere in profondità il cerchio di resina dolorosa. Due gocce di sudore danno il la, partono assieme acquistando velocità e dimensioni e si infrangono rispettivamente sul tavolo e sul pavimento. Controllo la posta in arrivo con le braccia già incollate alla scrivania, poi salgo sull’auto aziendale e partendo mi godo il turbinio dell’aria condizionata che comincia a fare il suo dovere. Il sole entra di lato, dalla mia parte, scaldandomi la coscia sinistra e graziando l’altra. Rimpiango gli occhiali scuri, lasciati nella mia macchina; il cerchio continua a stringersi, a stringere. Il ritorno, diverse ore più tardi, è un tormento. L’effetto dell’aria condizionata si è annulato in pochi secondi, durante le tappe di carico e scarico, lasciandomi con la maglia inzuppata fastidiosamente aderente alla pelle. L’antidolorifico non sembra avere intenzione di fare effetto, il condizionatore è solo un ronzio rumoroso, negli occhi ho degli aghi di luce riflessa dai particolari simil-cromati degli interni dell’auto, e gli Zeppelin vengono brutalmente interrotti da una inutile telefonata di lavoro. Desidero l’ombra, una leggera brezza naturale, la superficie lievemente increspata del mare, nella quale galleggiare a corpo morto, come una immensa camera di deprivazione sensoriale. E invece.

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SS309 Romea

Ogni volta che ci passo, sulla Romea, penso la stessa cosa, ovvero che mi piacerebbe percorrerla su due ruote, magari in bici, per potermi fermare senza problemi e fotografare la miriade di cose che passano davanti agli occhi. Paesaggi, specchi d’acqua, e tutta una serie di edifici commerciali risalenti agli anni ’70, chiusi e abbandonati da decenni, decadenti e affascinanti allo stesso tempo. Sarebbe senza dubbio un viaggio atipico, però questa cosa mi manca, un viaggio senza meta, anzi, meglio, un viaggio che è Viaggio e Meta allo stesso tempo.

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Vietato attraversare i binari

«Vietato attraversare i binari»
Questa cosa la sanno anche i sassi, è pericoloso e non si deve fare. Fa parte di quelle regole che impari a rispettare, tipo non usare la corsia di emergenza per sorpassare oppure non passare davanti in una fila di persone. Poi però capita di essere costretti ad infrangerle, le regole, come in stazione a Bellaria, stazione che ha solo due binari e nessun sottopassaggio, e allora sei costretto a zampettare tra i binari; e niente, lo faccio, però ecco, mi sento un po’ sporco dopo.

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La camera

La camera

Seguiamo la ragazza della reception su per una scala a chiocciola, comoda, non sacrificata come le scale a chiocciola che si vedono in giro. Poi lei (è dell’Est, di sicuro, forse russa, carina. L’ho notato, ma in effetti non è pertinente) gira a destra, e di fronte a due porte messe ad angolo prende quella a destra. La apre, e dentro c’è il marrone. Mi colpisce, questa macchia indistinta che sembra permeare tutta la stanza; poi gli occhi si abituano alla poca luce, poi la ragazza la accende, la luce, e così dal marrone emergono il letto e le pareti, entrambi bianchi. E alla luce vedo che il marrone non è tutto uguale: scuro, scurissimo, quello del parquet, delle travi e della scala ripida che porta al soppalco, più chiaro quello dell’armadio e del resto dei mobili. Il soppalco spacca. Corre lungo la V rovesciata del tetto, è basso ma senza soffocare, e ospita un letto matrimoniale e due letti singoli, anch’essi coperti da un copriletto bianchissimo. La sensazione che mi trasmette la stanza è strana, un misto tra il calore delle case di legno in montagna e la mobilità della cabina di una barca. Curioso. Poi, di notte, la stanza scricchiola. Son lì, steso nel buio, con la 6enne che ha già il sonno pesante (e un ginocchio piantato nel mio fianco), in attesa che arrivi Morfeo a fare il suo lavoro, e ascolto i rumori. E’ un ascolto disincantato, non mi metto a fare viaggi mentali su topi o presenze varie ed eventuali, ascolto e basta, e dio come è bello.

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