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I racconti della casa nuova – Un breve sopralluogo

L’acqua nel fiume non è molta, e scorre lenta verso la foce. In direzione opposta, una serie di onde svela un pesce che risale la corrente. Le canne frusciano come un mormorio, scosse appena dalla leggera brezza. Un turbinio di rondini percorre la superficie dell’acqua a caccia di insetti, e le più avventate – o distratte – mi volano vicino, affacciato al piccolo balcone.
Sento di volerle già bene, alla casa nuova.

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Mossismo involontario

Una volta facevo il fotografo, dice l’uomo. Fino a quando non è iniziata la malattia e sa, le foto mosse non piacciono a tutti; così vado nei posti che mi piacciono e mi fermo a guardare, perché sta tutto lì sa, nel guardare le cose e vederci dentro. Non posso fare altro, guardo.

Il periodo precedente l’ho estrapolato da questo post scritto ieri da Squonk, un post da un lato molto bello, ma che mi ha dato anche da pensare. L’idea di finire come l’uomo del racconto mi spaventa molto. È che le braccia tremano abbastanza, a volte, il dottore dice di non preoccuparmi, che è una questione di nervi, lo stress, l’ansia, però ecco, ci penso, e tremo un po’ di più.

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“E tu? in tutto questo, tu?”

Capita che ti trovi a scrivere una cosa a quattro mani con una amica, una cosa tu ed una lei, e via, ognuno seguendo il flusso dei propri pensieri. L’ultima battuta è stata tua, sei soddisfatto, le metafore che hai usato rendono bene, e ora tocca a lei. Lavori, fai altro, non ci pensi. Poi un (1) nel tab di GMail, il primo in alto a sinistra nel browser, quello che è praticamente sempre aperto, attira la tua attenzione.
“E tu? in tutto questo, tu?”
Leggo quella singola frase due, cinque, dieci volte. Altrettante controllo il mittente.
Lei, l’amica, non lo sa – ora, se legge il post, sì – ma è una gran mazzata, al sapore amaro di déjà vu. Estrapolata dal gioco di scrittura e sbattuta nella vita reale, è un invito ad un bilancio, cosa che – da qui il déjà vu – sto facendo da un po’. E tirate le somme, il numeretto tende al negativo.
Io, in tutto questo, non vado bene.
Sono vuoto.
Arrabbiato.
Cerco lo scontro, fortunatamente non con tutti.
Noiosamente cinico.
Un esempio? Le bombe di Boston. Dopo l’iniziale dispiacere, semplicemente non me ne frega un cazzo. Suona malissimo, ne sono consapevole, ma è così.
Non mi riconosco e mi faccio paura.
“E tu? in tutto questo, tu?”
Io? Non lo so, fatico a capire chi sono.

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Cocci

Ho preso tutto l’occorrente: la scopa, la paletta, un setaccio giocattolo, la colla, i cerotti. E pian piano ho iniziato a ripulire, a filtrare e rimettere assieme i pezzi. Ma è un lavoro lungo, e allora man mano che rimane qualcosa nel setaccio lo prendo e lo metto in un sacchetto, poi quando me la sento prendo colla e cerotti e proseguo a ricomporre questa specie di puzzle 3D. Non so quanto tempo ci vorrà per finirlo. So che adesso è incompleto e tagliente, e se non sai da che parte prenderlo rischi di farti male.

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