Arriva ogni anno, quel preciso istante, a volte prima, a volte dopo, ma arriva.
Quest’anno è arrivato ieri mattina, il 25 novembre.
Stavo uscendo di casa, tirandomi dietro la porta, spalle alla strada.
Mi sono cadute le chiavi, e chinandomi per raccoglierle si è aperto il cappotto, ed è rimasto così, aperto, bloccato dalla tracolla della borsa.
Rialzandomi ho sentito un colpo di clacson, che mi ha fatto ruotare il busto verso la foce del fiume, verso il mare.
Ed eccolo, l’attimo.
Una mano gelata si è infilata dentro il cappotto, risalendo verso l’alto, passando sotto la felpa e la maglietta fuori dai jeans, incanalandosi su per la schiena e poi giù per le maniche.
Ecco, esattamente ieri mattina, 25 novembre, ho detto “Ho freddo”.
E, rabbrividendo un po’, ho sorriso.

Lui è in piedi, alla finestra, perso nello scorrere dell’acqua.
Un sorso di birra gelata, un tiro di fumo bollente, la bocca trasformata in un bong.
Percepisce un cambiamento nel tremolio delle luci riflesse sulla superficie dell’acqua, e risale dal turbinio dei pensieri. È vero, il fiume ha cominciato a muoversi più velocemente, smuove e fa frusciare le canne sugli argini.
E arrivano i primi detriti, trasportati dalla corrente.
Lui sorride.
Per fortuna nessuno lo vede, perché quel sorriso mette i brividi: le labbra arricciate, i denti digrignanti, è animalesco.
Lui adesso ride, con una smorfia che gli deforma la faccia. Sente che sta per arrivare.
Lui il suo nemico lo ha ucciso tanto tempo fa, lontano.
Lo ha ucciso e lo ha scaraventato nel fiume.
Ed ha aspettato.
Ha atteso il momento giusto.
Altri detriti galleggiano nell’acqua spumeggiante.
Una massa più scura.
Lui si concede una grossa risata, di petto, e chiude la finestra.

Tra pochi giorni prendo il mio secondo volo intercontinentale, abbiamo fatto i passaporti e indossiamo entrambi una maglietta rossa, lui ha letto la guida da capo a piedi, io dei romanzi da capo a piedi, faremo il giro delle sette case, come fossero chiese, andiamo a vedere i pinguini e le cascate: insomma, andiamo in Argentina, fino alla fin del mundo, principio de todo, che basterebbe, da solo, a motivare un viaggio. (Figurarsi un viaggio di nozze.)

Mi porta in capo al mondo, ha detto.

Due amici stanno per partire per un viaggio, non so quanto durerà ma vanno lontano, quindi sarà un lungo viaggio. Vanno in Argentina, vanno fino a Ushuaia, che è proprio giù, in basso. Buon viaggio, amici.

Io non so se lo farei, un viaggio, lì, in Argentina; forse neanche in Cile, sull’altro lato della Cordigliera delle Ande. E mica perché ho qualcosa contro il Sud America, anzi.
È per la loro forma, lunghi e stretti, e anche per una questione di età, la mia.
In passato ne ho girati un paio, di stati più o meno lunghi e stretti, tipo Svezia e Norvegia.
Ma appunto in passato, con pensieri e percezioni differenti da quelle attuali.

Un viaggio del genere è un moto diritto, un moto che segue ipoteticamente una linea retta, retta che può assumere la forma di piano inclinato, e il moto acquista energia da se stesso, lungo il piano, e quando arrivi in fondo sei talmente carico che è difficile, molto difficile, tornare indietro, e con i pensieri e le percezioni attuali il decidere di mandare in culo tutto e tutti richiederebbe giusto un decimo di secondo.

Meglio un viaggio tondo, è più facile tornare sui propri passi.

Quattro, come gli elementi.
Quattro, come i fotografi del collettivo TerraProject.
Quattro (per dodici) le fotografie presenti all’interno del libro 4, in fase di crowdfunding su Produzioni dal Basso.
Uno di quattro gli elementi del collettivo Wu Ming legati al progetto, nella persona di WM2 (quattro diviso due), il quale ha portato in forma narrativa il percorso attraverso i quattro elementi mostrati dalle foto.

Qui il post su Giap.

Smettendola di dare i numeri, questa è stata una esperienza molto emozionante: le foto estremamente significative, i racconti elaborati da WM2 assolutamente azzeccati, la sua interpretazione che mette i brividi, un sottofondo musicale ben fatto, il tutto racchiuso in quella adorabile cornice rappresentata dalle Murate.

Bellissimo.

[*] Play

Ti vedo spesso uscire di casa.
La mattina presto, quando mi affaccio alla finestra della cucina per fumare una sigaretta.
Oppure alla sera, quando apro la finestra del bagno di sopra per far uscire il vapore della doccia.
Non che ti tenga d’occhio, è chiaro, solo evidentemente abbiamo gli orari sincronizzati.
Apri la porta di casa, tiri su la zip del giubbotto leggero, porti la mano destra a quello che potrebbe essere un cronometro da polso, sulla sinistra, ti chiudi la porta alle spalle, una occhiata da una parte e poi dall’altra, e cominci a correre in direzione del ponte.
Ti stimo un sacco, sai? La dedizione, la costanza, quelle cose lì. E nemmeno so chi sei, come ti chiami.
Pensavo quasi di seguirti, un giorno, giusto per farmi una idea dei percorsi qui in zona, per non dico correre, ma almeno passeggiare un po’.
Poi però niente, ho lasciato stare, e continuato a guardarti da una delle due finestre.
L’altra sera, per caso, ti ho incrociato.
Avevo parcheggiato l’auto in un posto diverso dal solito, vicino ai bidoni, ne approfittavo per raccogliere e buttare via qualche bottiglia vuota, quando tu sei passato, correndo.
Non mi hai visto. Ma io sì.
Avevi gli occhi iniettati di sangue, i muscoli del viso contratti in una smorfia di cattiveria.
Ora, io non so perché corri, non so se lo fai per mantenerti in forma, o per scaricare i nervi.
Voglio dirti però che se lo fai per sfuggire dai tuoi demoni, allora hai perso.
I demoni ti hanno raggiunto, ce li hai dentro.

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