Ciao, è da un po’ che non ci sentiamo, e niente, m’è venuta voglia di raccontarti cosa è successo nel frattempo. In quel che segue troverai un po’ di tutto, cose personali, cose più tecniche, cose legate alla fotografia e alla scrittura. Diverse cose, ché le cose sono eterogenee, ed inaspettatamente – e fortunatamente, aggiungo – succedono.
Te le separo con una riga vuota, così si capiscono meglio, ok?

Partiamo.

Considerato che nella TV ci guardo più che altro i film, e considerato che c’era un periodo di prova gratuito fino a fine anno, ho deciso di testare il servizio di Infinity TV. Infinity TV è il servizio di streaming realizzato da Mediaset e, stando all’help, “[...] ti consente di vedere 5000 FILM e programmi TV come vuoi e quando vuoi.”; ora, non mi sono messo lì a contarli uno per uno, ma l’impressione è che in realtà siano di meno. Alcuni titoli sono disponibili anche in alta qualità, mentre altri no; l’alta qualità, anche se disponibile, potrebbe comunque non essere visionabile, se la banda disponibile nella nostra connessione ad Internet è giudicata insufficiente dal sistema. Durante l’uso del servizio non ho rilevato problemi particolarmente significativi, e i pochi intoppi riscontrati sono probabilmente imputabili alla gioventù della piattaforma. O, quanto meno, nella fase iniziale. Successivamente – leggi “dopo il termine della prova gratuita” – è emerso qualche problema, tipo il non riuscire a vedere un film che avevo visionato a metà, oppure inizialmente non fruibile a causa della larghezza di banda. Sinceramente non ho ancora deciso se rinnovare l’abbonamento oppure no.

Mi son fatto un bel regalone di Natale, ho comprato la Nikon D7100 in kit con un 18-105 VR. L’acquisto è derivato da due considerazioni: 0) la D40, risalente a marzo 2009, cominciava a risentire un po’ dell’età, e poi c’era quella maledetta fila di hot pixel che appariva in tutto il suo splendore – blu – non appena salivo con gli ISO, e 1) volevo fare un salto di qualità, e ho trovato questa via di mezzo tra la D40 e le full frame. Sono felicissimo di questo acquisto, me la sento bene tra le mani e davanti all’occhio, e sento che posso tirarci fuori delle belle cose. Qualche considerazione veloce. Le foto pesano molto più di prima – causa i milioni di pixel e lo scatto in RAW – e ho dovuto comprare una SD nuova: parrà una cazzata, ma proprio non ci avevo pensato. Il pulsante di scatto è sensibilissimo, e le prime tre foto sono state in realtà nove o dieci, tipo una raffica. Il 18-105 VR invece mi ha deluso, per quanto riguarda il materiale costruttivo. Voglio dire, anche se non è un obiettivo professionale costa comunque un botto, cara Nikon l’aggancio al corpo macchina potevi farlo in metallo come nel 35mm fisso, così magari le due-linguette-su-tre non si rompevano, eh.

Poi dovrei dire di aver avuto ragione, ma non sarebbe corretto. Tecnicamente non c’è una ragione, perché la sua presenza sottenderebbe l’esistenza di un torto, e non è così. Semplicemente, continuo a fidarmi ciecamente delle mie sensazioni. Punto.

Gallizio ne ha tirata fuori un’altra dal suo vulcanico cappello, e la trovi nel GallizioLAB: “Se sei qui è perché vuoi scrivere: non scrivere per pubblicare e neanche per te stesso. Noi diciamo che vuoi i-scrivere, se non capisci prova: devi solo registrarti. Qui sotto trovi una traccia, se non ti piace cercane un’altra; non è un incipit, puoi anche ignorarla, serve solo come calcio d’inizio”. Personalmente l’accoppiata “20 minuti di tempo” + “traccia a sorpresa” ha un che di terapeutico, non so in base a quale meccanismo ma mi permette di svuotare completamente la testa. Una cosa l’ho scritta, e già so che lo rifarò di nuovo. I-Scriviti anche tu!.

E ancora sulle foto. Ne voglio stampare una, su forex così non ho bisogno della cornice, e voglio appenderla nel muro alle spalle del divano. Il muro è vuoto, e quindi la stampo in grande, tipo un metro per un metro e mezzo, se non ho fatto male i calcoli. Poi voglio anche fare un photobook con le mie foto più belle, da tenere e – perché no – da far vedere a qualcuno, se capita l’occasione. Le foto avranno un ruolo importante, in questo 2014, lo sento. Ché son guarito, ed è ora di darci sotto.

Mi sono incamminato lungo il sentiero molto tempo fa.
Scarponcini, uno zainetto, la felpa con il cappuccio, per proteggere la testa quando il vento si fa troppo teso.
E un sacchetto di pietre, colorate, scintillanti.
Così sono partito, un passo dopo l’altro, avanti.
E ogni tanto, quando sentivo che era il momento giusto, lasciavo cadere una pietra.
Ne ascoltavo il tonfo, e proseguivo.

“Tieni, queste sono tue”
“Le metto qui, nella tasca della felpa, così non si mischiano”
“Vado, ci vediamo, torno quando ne trovo delle altre”
“Va bene, la strada sai come trovarla”

Una scia luccicante non per riuscire a tornare indietro, ma per arrivare a me.

Arriva ogni anno, quel preciso istante, a volte prima, a volte dopo, ma arriva.
Quest’anno è arrivato ieri mattina, il 25 novembre.
Stavo uscendo di casa, tirandomi dietro la porta, spalle alla strada.
Mi sono cadute le chiavi, e chinandomi per raccoglierle si è aperto il cappotto, ed è rimasto così, aperto, bloccato dalla tracolla della borsa.
Rialzandomi ho sentito un colpo di clacson, che mi ha fatto ruotare il busto verso la foce del fiume, verso il mare.
Ed eccolo, l’attimo.
Una mano gelata si è infilata dentro il cappotto, risalendo verso l’alto, passando sotto la felpa e la maglietta fuori dai jeans, incanalandosi su per la schiena e poi giù per le maniche.
Ecco, esattamente ieri mattina, 25 novembre, ho detto “Ho freddo”.
E, rabbrividendo un po’, ho sorriso.

Lui è in piedi, alla finestra, perso nello scorrere dell’acqua.
Un sorso di birra gelata, un tiro di fumo bollente, la bocca trasformata in un bong.
Percepisce un cambiamento nel tremolio delle luci riflesse sulla superficie dell’acqua, e risale dal turbinio dei pensieri. È vero, il fiume ha cominciato a muoversi più velocemente, smuove e fa frusciare le canne sugli argini.
E arrivano i primi detriti, trasportati dalla corrente.
Lui sorride.
Per fortuna nessuno lo vede, perché quel sorriso mette i brividi: le labbra arricciate, i denti digrignanti, è animalesco.
Lui adesso ride, con una smorfia che gli deforma la faccia. Sente che sta per arrivare.
Lui il suo nemico lo ha ucciso tanto tempo fa, lontano.
Lo ha ucciso e lo ha scaraventato nel fiume.
Ed ha aspettato.
Ha atteso il momento giusto.
Altri detriti galleggiano nell’acqua spumeggiante.
Una massa più scura.
Lui si concede una grossa risata, di petto, e chiude la finestra.

Tra pochi giorni prendo il mio secondo volo intercontinentale, abbiamo fatto i passaporti e indossiamo entrambi una maglietta rossa, lui ha letto la guida da capo a piedi, io dei romanzi da capo a piedi, faremo il giro delle sette case, come fossero chiese, andiamo a vedere i pinguini e le cascate: insomma, andiamo in Argentina, fino alla fin del mundo, principio de todo, che basterebbe, da solo, a motivare un viaggio. (Figurarsi un viaggio di nozze.)

Mi porta in capo al mondo, ha detto.

Due amici stanno per partire per un viaggio, non so quanto durerà ma vanno lontano, quindi sarà un lungo viaggio. Vanno in Argentina, vanno fino a Ushuaia, che è proprio giù, in basso. Buon viaggio, amici.

Io non so se lo farei, un viaggio, lì, in Argentina; forse neanche in Cile, sull’altro lato della Cordigliera delle Ande. E mica perché ho qualcosa contro il Sud America, anzi.
È per la loro forma, lunghi e stretti, e anche per una questione di età, la mia.
In passato ne ho girati un paio, di stati più o meno lunghi e stretti, tipo Svezia e Norvegia.
Ma appunto in passato, con pensieri e percezioni differenti da quelle attuali.

Un viaggio del genere è un moto diritto, un moto che segue ipoteticamente una linea retta, retta che può assumere la forma di piano inclinato, e il moto acquista energia da se stesso, lungo il piano, e quando arrivi in fondo sei talmente carico che è difficile, molto difficile, tornare indietro, e con i pensieri e le percezioni attuali il decidere di mandare in culo tutto e tutti richiederebbe giusto un decimo di secondo.

Meglio un viaggio tondo, è più facile tornare sui propri passi.

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