Mi sono incamminato lungo il sentiero molto tempo fa.
Scarponcini, uno zainetto, la felpa con il cappuccio, per proteggere la testa quando il vento si fa troppo teso.
E un sacchetto di pietre, colorate, scintillanti.
Così sono partito, un passo dopo l’altro, avanti.
E ogni tanto, quando sentivo che era il momento giusto, lasciavo cadere una pietra.
Ne ascoltavo il tonfo, e proseguivo.

“Tieni, queste sono tue”
“Le metto qui, nella tasca della felpa, così non si mischiano”
“Vado, ci vediamo, torno quando ne trovo delle altre”
“Va bene, la strada sai come trovarla”

Una scia luccicante non per riuscire a tornare indietro, ma per arrivare a me.

Arriva ogni anno, quel preciso istante, a volte prima, a volte dopo, ma arriva.
Quest’anno è arrivato ieri mattina, il 25 novembre.
Stavo uscendo di casa, tirandomi dietro la porta, spalle alla strada.
Mi sono cadute le chiavi, e chinandomi per raccoglierle si è aperto il cappotto, ed è rimasto così, aperto, bloccato dalla tracolla della borsa.
Rialzandomi ho sentito un colpo di clacson, che mi ha fatto ruotare il busto verso la foce del fiume, verso il mare.
Ed eccolo, l’attimo.
Una mano gelata si è infilata dentro il cappotto, risalendo verso l’alto, passando sotto la felpa e la maglietta fuori dai jeans, incanalandosi su per la schiena e poi giù per le maniche.
Ecco, esattamente ieri mattina, 25 novembre, ho detto “Ho freddo”.
E, rabbrividendo un po’, ho sorriso.

Lui è in piedi, alla finestra, perso nello scorrere dell’acqua.
Un sorso di birra gelata, un tiro di fumo bollente, la bocca trasformata in un bong.
Percepisce un cambiamento nel tremolio delle luci riflesse sulla superficie dell’acqua, e risale dal turbinio dei pensieri. È vero, il fiume ha cominciato a muoversi più velocemente, smuove e fa frusciare le canne sugli argini.
E arrivano i primi detriti, trasportati dalla corrente.
Lui sorride.
Per fortuna nessuno lo vede, perché quel sorriso mette i brividi: le labbra arricciate, i denti digrignanti, è animalesco.
Lui adesso ride, con una smorfia che gli deforma la faccia. Sente che sta per arrivare.
Lui il suo nemico lo ha ucciso tanto tempo fa, lontano.
Lo ha ucciso e lo ha scaraventato nel fiume.
Ed ha aspettato.
Ha atteso il momento giusto.
Altri detriti galleggiano nell’acqua spumeggiante.
Una massa più scura.
Lui si concede una grossa risata, di petto, e chiude la finestra.

Tra pochi giorni prendo il mio secondo volo intercontinentale, abbiamo fatto i passaporti e indossiamo entrambi una maglietta rossa, lui ha letto la guida da capo a piedi, io dei romanzi da capo a piedi, faremo il giro delle sette case, come fossero chiese, andiamo a vedere i pinguini e le cascate: insomma, andiamo in Argentina, fino alla fin del mundo, principio de todo, che basterebbe, da solo, a motivare un viaggio. (Figurarsi un viaggio di nozze.)

Mi porta in capo al mondo, ha detto.

Due amici stanno per partire per un viaggio, non so quanto durerà ma vanno lontano, quindi sarà un lungo viaggio. Vanno in Argentina, vanno fino a Ushuaia, che è proprio giù, in basso. Buon viaggio, amici.

Io non so se lo farei, un viaggio, lì, in Argentina; forse neanche in Cile, sull’altro lato della Cordigliera delle Ande. E mica perché ho qualcosa contro il Sud America, anzi.
È per la loro forma, lunghi e stretti, e anche per una questione di età, la mia.
In passato ne ho girati un paio, di stati più o meno lunghi e stretti, tipo Svezia e Norvegia.
Ma appunto in passato, con pensieri e percezioni differenti da quelle attuali.

Un viaggio del genere è un moto diritto, un moto che segue ipoteticamente una linea retta, retta che può assumere la forma di piano inclinato, e il moto acquista energia da se stesso, lungo il piano, e quando arrivi in fondo sei talmente carico che è difficile, molto difficile, tornare indietro, e con i pensieri e le percezioni attuali il decidere di mandare in culo tutto e tutti richiederebbe giusto un decimo di secondo.

Meglio un viaggio tondo, è più facile tornare sui propri passi.

Quattro, come gli elementi.
Quattro, come i fotografi del collettivo TerraProject.
Quattro (per dodici) le fotografie presenti all’interno del libro 4, in fase di crowdfunding su Produzioni dal Basso.
Uno di quattro gli elementi del collettivo Wu Ming legati al progetto, nella persona di WM2 (quattro diviso due), il quale ha portato in forma narrativa il percorso attraverso i quattro elementi mostrati dalle foto.

Qui il post su Giap.

Smettendola di dare i numeri, questa è stata una esperienza molto emozionante: le foto estremamente significative, i racconti elaborati da WM2 assolutamente azzeccati, la sua interpretazione che mette i brividi, un sottofondo musicale ben fatto, il tutto racchiuso in quella adorabile cornice rappresentata dalle Murate.

Bellissimo.

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