Quaranta. Ma forse non c’entra.

La sensazione che ho avuto oggi – una sensazione piuttosto intensa ma soprattutto di lunga durata, non di quelle che al limite metti lì nel cestone delle cose che potrebbero avere del sugo – è quella di essere nuovamente entrato in una fase in cui sento di poter imparare delle cose, e di cambiare punto di vista su altre. Una sensazione potente, stuzzicante, di quelle che ti mandano una bella scarica lungo le braccia. Non nascondo il fatto di aver pensato allo scavalcamento della soglia della quarta doppia cifra, ma in tutta onestà mi pare un po’ troppo ON/OFF la cosa. E a prescindere dall’origine, questa sensazione la cavalco a pelle, ché era dalla post-pubertà che non sentivo la testa così spugna.

Sul “No.”

Prima ero in terrazza a fumare, guardando l’acqua del fiume andare verso destra e gli steli delle canne inclinarsi verso sinistra, e pensavo “Tanta roba il fiume, come fa correre i pensieri lui, poco altro riesce”. E mi sono accorto di stare riflettendo sul “No.” che ho detto giovedì sera a Francesca, mia figlia. La domanda era se avesse potuto – per risparmiarmi la deviazione verso casa dei nonni la mattina dopo – portare il cellulare a scuola. “No perché uno non ti serve, due se te lo rompono o prendono, anche solo per scherzo, mi incazzo come una pantera e resti senza per un bel po’” “Ma ti prometto…” “No.” Mi ha pesato, quel No, riflettendoci a palle ferme (pun intended). Mi ha pesato, quel No, perché ho in qualche modo annullato delle aspettative, dei pensieri non detti, delle fantasie. Sento di poter dire che una volta non era così, e dal mio punto di vista meno complicato, perché sentivo un puro e semplice desiderio, fine. “Babbo voglio quello.” “No.” Si sente che è più semplice, dai. Amici che avete figli alle elementari non lamentatevi, i bei momenti devono ancora arrivare. (10 a 1 che arriva qualcuno a dirmi che superiori VS medie è la stessa cosa, ma già lo so, già mi tremano i polsi)

Piove

È una pioggia leggera ma insistente, quella che cade ora. Meno potente dell’acquazzone di oggi pomeriggio, ma comunque efficace, anche stanotte riuscirò a dormire. Un lampo, adesso, poi il tuono, basso, che lo senti nella pancia e pure più giù. Potrei contare i secondi che intercorrono ma mi pesa il culo, non mi va. Un inizio di weekend segnato dall’acqua. La lavata di oggi pomeriggio, forte e rinvigorente, nonostante abbia richiesto un completo cambio di abito. Poi una telefonata, pari ad temporale estivo in quanto rinfrescante ed inaspettata, che ha fatto scivolare via alcuni brutti pensieri. Ed ora il ticchettio contro gli scuri, e scolare di acqua nei tombini, un richiamo irresistibile a chiudere gli occhi, le dita che cercano di muoversi veloci sulla tastiera dello smartphone per fissare quelle due cose passate per la testa. Pubblica. Schermo spento. Tic tic tic tic.

Il numero perfetto

Lo senti già alle 17, quando la giornata ti ha avuto, non c’è bisogno di arrivare in fondo.
Il tragitto verso casa è più lungo del solito, camion apecar furgoncino, più di uno e in ordine sparso, coi nervi cominciano a scricchiolare vistosamente.
Incrocio il mio sguardo nello specchietto retrovisore, occhi torvi e scavati, e mi dico che sì, oggi mi hanno avuto.
A casa mi accolgono i piatti nel lavabo, i panni da stendere, gli altri da stirare.
Bentornato.
Il primo è per sganciare il volano che ho in testa, rovente per l’attrito senza soluzione di continuità.
Salgo. Mi spoglio.
La cornetta della doccia penzola a testa in giù, una vite da stringere mi auguro.
Scendo, prendo un pezzo di nastro americano, e la cornetta è a posto.
La doccia fa il suo lavoro, e ne esco ripulito dentro e fuori.
Ceno, o forse no.
In uno slancio di vigore mi libero dei piatti sporchi, dandomi ad alta voce del coglione per non averli lavati subito, sapendo comunque come andrà a finire. Intanto però il lavabo ringrazia.
Mi siedo al tavolo, temporeggiando con lo smartphone in attesa che la moka venga su.
E-mail, Facebook, i film in prima serata, Instagram.
Caffè.
Il secondo è per me, perché me lo sono meritato, diobò.
Alla TV non c’è nulla di interessante, così pesco dall’archivio e metto su un film. Cabal, stasera.
Bevo molta acqua, per fare il bravo.
Il film finisce, dovrei andare di sopra ma ancora non ho abbastanza sonno. La scelta ricade sul canale 56, Focus.
Il terzo è per quel cucchiaio che ogni tanto si mette a scavare dietro l’occhio destro, e cerco di prenderlo in tempo, prima che diventi un mestolo.
Nel frattempo ho imparato cose interessanti sulla storia dell’acciaio e sull’impatto che ha avuto sulla società, ho scoperto che gli UFO, se esistessero, sarebbero un mistero.
Il terzo è quello della buonanotte, senza tante storie.
Mi trascino di sopra, tiro su il lenzuolo, buio, in sottofondo una webradio di jazz.

When the music’s over

A Cesenatico, in viale Roma, una volta c’era un bar, Bar Zara si chiamava.
Era uno di quei bar che difficilmente verrebbero definiti “belli”, uno di quei bar che, se ci passavi davanti e avevi voglia di un caffè, probabilmente avresti deciso che sì, potevi attendere quello successivo.
Io ci andavo il sabato mattina, facevo colazione leggendo il giornale, scambiavo due parole con i vecchi facenti parte dell’arredamento, poi tiravo fuori la stecca dalla custodia e giocavo un paio d’ore a cinque birilli, da solo oppure con qualcuno che ne avesse voglia.
Poi, un bel giorno, il bar ha chiuso.
Ero sinceramente dispiaciuto, ché, per quanto brutto e vecchio, quella era tipo la mia tana, un luogo dove riuscivo a stare in pace un paio d’ore e dribblare le rotture di cazzo.
Poi però ha chiuso.
Durante le ultime partite si discuteva di possibili alternative, “Dai vieni con noi, c’è sto posto con i tavoli buoni” “E se provassimo nell’altro, quello a Gatteo Mare?”, e via così. Ci ho provato, ad andare con gli altri, nei posti nuovi, addirittura un paio di volte, poi però non ce l’ho fatta.
Non ce l’ho fatta perché, a dispetto delle medesime persone, del medesimo contesto, sentivo che qualcosa si era rotto, che era finita la magia, che non era la stessa cosa.
Domani succede una cosa simile, una tana chiude, a Friendfeed gli staccano il respiratore (come metafora è forse un po’ cruda, ma ecco, non è che godesse poi di tanta salute, ultimamente).
E, idem come sopra, è tutto un rincorrersi e dai, ci troviamo qui, ci amichiamo la, ma come funziona quella cosa?
Non riesco, sento che la magia s’è rotta di nuovo, fine.
Dunque, un grazie alle belle persone che ho incrociato, persone che si sono trasformate da avatar in numeri di telefono e indirizzi, e un grazie anche ai cretini, ché imparare a rapportarsi con loro è importante tanto quanto farlo con le belle persone.
C’mon, si volta pagina e si va avanti.