C’è un sacco di cose

C’è quello che vorrei per me, ché mi darebbe un po’ più di solidità, e alla fine farebbe piacere anche a te.
C’è quello che vorrei per te, per tenere sotto controllo le paure.
C’è come mi vorrei, per me, per evitare di arrivare sempre al limite dell’esplosione.
C’è come mi vorrei, per te, per vedere quel tuo sguardo sognante.
C’è quello che vorrei per noi, ché ce lo meritiamo proprio.
C’è parecchio da fare, insomma, ma diobono lo si fa.

Del non avere orologi da aggiornare a mano

Non ho un orologio da polso.
Nemmeno uno da parete.
O una radiosveglia.
In quello dell’auto si è fulminata la retroilluminazione, quindi è come se non ci fosse.
Uso l’orologio del cellulare oppure quello del PC, ed entrambi si aggiornano da soli.
Ne segue che i vari cambi di orario a volte mi passano di mente.
Poi accade che un lunedì mattina mi sveglio completamente rincoglionito, in uno stato di simil-fattanza, senza riuscire a rimediarmi. Chissà cosa sarà.

Magna tranquillo

C’è questo ricordo, questa immagine di mio nonno che spesso mi torna in mente.
A tavola, pranzo o cena che fosse, spesso accadeva che lui facesse sparire un panino, per poi mangiarlo in seguito, magari ore più tardi, di nascosto.
Un evidente retaggio del periodo in cui c’era la guerra, il cibo scarseggiava, ed ogni occasione per metterne un po’ da parte era buona.
Avendo presente quel ricordo ho pensato di mandarmi un messaggio: Massimilià, la guerra è finita, smettila con l’ansia, magna tranquillo.

London calling

E chi sono io, per non rispondere?

A Londra c’ero stato in gita alle medie superiori, quindi grosso modo vent’anni fa – ometto il commento sul tempo che passa – e l’ho trovata sensibilmente cambiata, per quel che posso ricordare. Non che sia andato su con il pensiero di “Oh, mamma, guarda come è diversa!”, però ecco, qualcosa m’è saltato all’occhio.
Ma andiamo con ordine.

La preparazione.
Considerata la mia scarsa – sigh – dimestichezza con voli aerei & co, mi sono affidato completamente al mio tour operator personale, Angelo. Scelta azzeccatissima, grazie mille e hat tip per l’organizzazione!
Il volo A/R è stato con Ryanair, quindi l’unica preoccupazione era la gestione del bagaglio a mano. Ho viaggiato leggero: l’essenziale per l’igiene personale, qualche cambio di biancheria intima e t-shirt, un giubbotto pesante e poi basta, con il trolley praticamente mezzo vuoto, e pronto per ospitare gli eventuali – “Sai, in febbraio, ehm, andrei a Londra per un weekend con Angelo…” “Bene! Allora mi prendi questo, quello, e quell’altro ancora. Ah, poi magari anche, già che ci sei, …” – acquisti.
Avendo però la borsa a tracolla con la macchina fotografica, temevo che quest’ultima potesse far storcere il naso agli addetti al check-in e fossi dunque costretto ad imbarcare l’eccesso nella stiva. E invece tutto liscio, trolley sopra la testa e tracolla in mezzo ai piedi.
Ah, nota a margine, imbarco prioritario tutta la vita, ne vale la pena – soprattutto se poi il sistema informatico di Ryanair non ti addebita i costi.

Il volo.
Tutto tranquillo, pochi scossoni. Importantissimo: un paio di cuffiette per eliminare i fastidiosi spot pubblicitari Ryanair, il napalm per eliminare chi applaude a fine atterraggio.

Il cimitero di Highgate.
Il cimitero richiede un post a parte, tanto m’ha colpito.
Nel frattempo, un paio di foto, e il link al set completo su Flickr.

Verde - Cimitero di Highgate - Londra

Verde


Flooding - Cimitero di Highgate - Londra

Flooding

Carnaby Street.
“Angelo, dove cazzo sono finiti i punk?”
Segue una precisa spiegazione sulla evoluzione di Soho, da quartiere malfamato a zona alla moda, e la conseguente sparizione dei ragazzi con creste colorate e similari. Insomma son rimasto un po’ deluso, mi aspettavo i tipici negozi con le cose strane, e invece c’è un Uggs Store.

Camden Market.
Me lo immaginavo piuttosto turistico, ma devo ammettere di essere rimasto affascinato dall’atmosfera e dalla vivacità del posto. Una lunghissima sequenza di stili e odori e colori, mescolati tra loro fino a formare un caos armonico che fa bene agli occhi, non saprei in quale altro modo descriverlo.

Vario ed eventuale.
L’autobus a due piani, di sopra, proprio davanti al vetro. Il British Museum, mi pare ancora incredibile il poterci entrare gratis. I ragazzi italiani che fanno gli uomini sandwich per la moltitudine di tattoo studio presenti a Camden. Il merluzzo del fish’n’chips, buonissimo. Il fish’n’chips che non ha la licenza per gli alcoolici, quindi prima passi al market per prendere da bere, poi ti siedi al tavolo e i camerieri vengono a stapparti le bottiglie. La spiegazione sulle tipologie di pub, e quella birra scura bevuta al pub dopo cena. E mille altre cose che ora non mi vengono in mente, ma va bene così, mi piace quando mi sovviene un dettaglio e mi perdo a ripensarci.
Qui, se ne hai voglia, c’è il set delle foto che ho scattato.

Tu, Londra, chiama pure, io torno, eh.

“Caffè?”

Anche questa volta la frase mi ha colpito, è come la punta di un iceberg.
La trovi su di una striscia adesiva lunga e stretta, i caratteri bianchi su sfondo marrone, incollata alle macchine del caffè degli autogrill. Recita così:

C’è sempre una storia di caffè da vivere lungo il tuo viaggio

Sarà perché adoro il caffè, sarà perché adoro i viaggi, sarà perché il piacere è raddoppiato, ma quella frase lì mi fa sempre pensare. Sempre. Una di queste volte chiedo ad una barista di fotografarmela, e spero lo faccia bene, in prospettiva, con il fuoco che si perde tra le prime e le ultime lettere, una idea di dinamicità.

Ce ne avrei, da raccontare, di storie di caffè. E di viaggi, anche.

Mi ricordo un caffè, anzi in realtà una decina, serviti a riempire un thermos poco prima della partenza per il rientro dalla mia prima, vera, grande vacanza da grande, diverse vite fa. Mi ricordo le sorsate che scandivano i chilometri, i momenti di silenzio per nulla imbarazzanti, perdendosi nei panorami che scorrevano fuori dal finestrino.

La volta che capitò di ordinare il primo caffè assieme, la sua voce che lo chiese doppio, e io pensai “Maddai, anche lei? Forte!”

E quelli in solitaria, nell’autogrill che usavo sempre nel viaggio di ritorno, perché la barista era simpatica e i tavolini permettevano di vedere bene il traffico notturno in mezzo ai monti. In quel caso il caffè era l’occasione per dare una riordinata al flusso di pensieri sviluppato durante il viaggio ed essere pronti a terminare il rientro.

Poi ce ne era uno, di caffè, che appariva in chat quando meno me lo aspettavo. Un sobrio, essenziale “Caffè?”, al quale seguiva un altrettanto sintetico “Arrivo”. Tu scrivevi “Caffè?” ma io – non te l’ho mai chiesto ma credo non ce ne sia bisogno – ci leggevo dentro un “Sto combattendo una battaglia interiore fortissima, ti voglio ma sono spaventata, e in questo momento prevale il desiderio, quindi spero tu ora non abbia nulla da fare e possa usare questa scusa banale per raggiungermi”.

Quanta roba, in un caffè.