Una considerazione estemporanea sul sonno

Durante le ultime due notti ho dormito male. Vuoi per il caldo nella stanza, vuoi per la treccia di fili e il borsello a lato, sono state due notti movimentate, un continuo rotolarmi da una parte e dall’altra. Ieri sera, ad un certo punto, durante l’ennesimo rotolamento mi sono ritrovato a formulare, piuttosto lucidamente, quasi da sveglio, un pensiero. “Cosa cazzo ti giri a fare da questa parte? Ci hai già provato ed è andata male”. Non mi era mai capitato. Poi vabbè, ho proseguito per non interrompere il ritmo di rotolamento. 

Il piacere delle piccole cose

Questo Sangiovese Novello, che ha superato ogni aspettativa.
Un abbraccio della madonna.
La canzone giusta quando accendi la radio dopo il lavoro.
L’esplosione di un sorriso scatenata da un altro sorriso esplosivo.
L’inchiostro su mani e braccia che si muove in una danza quasi erotica intanto che prepari da mangiare.
Ma soprattutto il caldo alla pancia che ti lasciano le piccole cose quando accadono.

“Code is poetry”

Della frase mi interessa l’intendere la scrittura di programmi come un atto creativo.
Ditemi chi devo ringraziare per l’essermi appassionato alla programmazione, tanti anni fa, e lo farò. La scrittura di programmi è un angolo tranquillo nel quale rifugiarsi, ogni tanto. Il fine non è importante, anzi a volte nemmeno c’è, si scrive codice e basta, fine a se stesso, per il puro atto terapeutico del farlo. È anche quel piccolo massaggio all’ego per chi, come me, non ha altre velleità creative (o per lo meno ne ha altre, ma che non danno la stessa soddisfazione). Costruisco un qualcosa, con le mie mani, secondo le mie regole, regole che possono seguire una logica più o meno discutibile, senza dubbio, ma è un qualcosa di cui conosco perfettamente il funzionamento, e al quale posso metter mano per correggere un eventuale bug.

Worst case scenario

C’è questo gioco malato nel quale mi trovo spesso, senza sapere come ci sono capitato. E non posso uscirne, devo continuare a giocare fino alla fine, comunque vada. Il gioco è pensare ad una situazione, immaginarne il caso peggiore, e ingegnarmi a trovare la soluzione migliore. Il problema non è il gioco, ché dal punto di vista psicologico mi pare più che lampante, il problema è quando non trovo la soluzione.

Forse è il caso di tirare una riga e guardare di qua e di là

Non so se è un condizionamento mentale, oppure una cosa anagrafica, o ancora qualcosa di genetico, di innato, fatto sta che, dopo essere entrato negli -anta, mi son messo a riflettere bene su un po’ di cose. Oddio, bene, forse è meglio dire diversamente da prima. Alcune cose mi sono arrivate addosso sbattendo forte, in altre mi ci sono infilato come conseguenza di qualcos’altro.

Comincio.

Mia nonna, quella materna, quella con cui ho passato meno tempo della mia vita dall’infanzia all’età adulta, un po’ di tempo fa ha avuto una ischemia, e ora è ferma a letto, non riconosce quasi più nessuno, parla a stento, solo tiene la mano sinistra a fianco la sponda del letto, così quando qualcuno le si avvicina da quel lato può piegare il braccio e farsi stringere la mano. L’accorgermi di questa cosa è stata una mano gelida che mi ha stretto il cuore. Poi ho dovuto far fronte ad un duello interiore, duello che avrebbe, nella mia testa, condotto facilmente alla vittoria l’augurio di una fine rapida ed indolore.
Facilmente un cazzo.
È un pensiero logico, anzi è l’unico pensiero logico, ma è imponente, pesante da sostenere. Quando da piccolo/adolescente/l’altro giorno immaginavo me stesso di fronte ad un episodio simile, mi vedevo freddo, distaccato, insensibile quasi al limite del fastidio. E invece proprio no. Sta cosa mi ha preso forte e male e alla sprovvista.

Francesca. Cresce in fretta, dentro e fuori. E il problema non è mica questo, anzi, la cosa la sta gestendo bene. È che mi trovo a dover imparare a confrontarmi con una persona diversa, una persona della quale conosco sì il nucleo centrale, ma tutto ciò che ci è cresciuto sopra ultimamente, insomma, c’è parecchio da lavorare.

Il tempo. Lui passa e va, cintura nera di chi-c’è-c’è-chi-non-c’è-non-c’è. Fatto sta che comincio a sentire la mia età, non nel senso di vecchio, ma più di qualcuno che ha vissuto una quantità significativa di vita e comincia ad aver chiaro cosa vuole dal futuro, e comincia ad avere fretta di averlo.

Poi c’è la rabbia, e l’aver capito di non essere capace di gestirla correttamente. Non sono fatto per arrabbiarmi, mi riesce molto meglio il mandar giù e perdonare. A volte va bene, a volte no.

E altre cose ci sarebbero da dire, ma sono di contorno, il piatto forte è quello che sta scritto sopra. Sono consapevole di trovarmi in un periodo abbastanza di merda, e che le cose tendono a scurirsi, quando ci entrano in contatto, ma pian piano, una bracciata alla volta, ne sto uscendo. Ah. Non. Fate. L’onda.